L’ottico di Lampedusa: storia di 94 mani

Questa è la storia di una storia che non avrei mai voluto leggere, la storia di una storia che non avrei mai voluto fosse accaduta, una di quelle cose che, quando le leggi, pensi “minchia che coraggio quelli lì!”, e piangi.
L’ottico di Lampedusa (2017, Salani editore) è un romanzo/non romanzo che parla del naufragio di un barcone al largo della suddetta isola siciliana. E fin qui nulla di nuovo.
Se ne parla di continuo (poco e male), spesso si cambia canale nel momento in cui il giornalista annuncia la notizia, come se ci fosse la pubblicità, come se il solo percepire la cosa ci desse semplicemente fastidio.
L’ottico di Lampedusa è anche e soprattutto la storia realmente accaduta di otto amici che una mattina di ottobre, durante una gita in barca, si trovano di fronte a una di quelle cose che quando le racconti non riesci a spiegarne la reale entità: centinaia di cadaveri che galleggiano nell’acqua a faccia in giù nell’acqua. Ma anche, per fortuna, 94 mani che si muovono, implorano aiuto, non ne vogliono sapere di andare giù.
Oggi vi parlo di Carmine e di Rosaria, dei loro sei amici e di quelle 94 mani che, grazie al coraggio di otto esseri umani, si muovono ancora.

bty

Emma Jane Kirby, giornalista inglese di BBC4, da sempre impegnata nel divulgare storie difficili, (qui la sua bio http://www.salani.it/author/kirby_emmajane/) racconta a mo’ di romanzo la tragica avventura, realmente accaduta, del naufragio di un barcone proveniente dalla Libia. Quel 3 ottobre 2013 morirono trecentosessanta persone, probabilmente tutte di origine eritrea, centosessanta furono i sopravvissuti, e, tra questi, quarantasette vennero messi in salvo grazie all’intervento di otto persone che si trovavano lì per caso.

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3 ottobre 2015, alcuni dei sopravvissuti incontrano i loro “salvatori” a Lampedusa.

Protagonista della storia è l’Ottico, mai chiamato col suo nome reale, che tra una corsetta tonificante e una cena di pesce con gli amici di sempre, ci guida attraverso una storia che sarebbe potuta succedere un po’ a tutti, ma che avrebbe potuto avere un epilogo se possibile ancor più drammatico, se i diretti interessati fossero rimasti a dormire sottocoperta, o se magari fossero stati solo un paio di miglia più lontani. Il romanzo è breve, ed è giusto che sia così, perché ha poche cose da raccontare, ma il peso specifico di queste cose è talmente alto che ti lascia un groppo in gola grosso come un macigno, alla fine della lettura.
Ho letto L’ottico di Lampedusa in due pomeriggi. Sono stato da schifo, sia durante la lettura che nei giorni successivi, e non perché il libro fosse brutto. Ammetto che ancora adesso, a distanza di un paio di settimane, provo un misto di pena, disgusto e ammirazione, sentimenti talmente contrastanti che non mi fanno dormire tranquillo.
Inutile dire che consiglio vivamente l’acquisto e la lettura di questa cosa struggente e meravigliosa a tutti quanti, ma in particolar modo ci terrei che a leggerla fossero quelli che “aiutiamoli a casa loro”, quelli che non sanno nulla di immigrazione, ma si permettono ugualmente di fare la voce grossa contro gli invasori che ci rubano le case, il lavoro e ci contagiano con le loro malattie.

Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libro per pura fortuna (o sfortuna, direbbe il mio stomaco), quando ho incontrato Carmine e sua moglie che erano in vacanza qui a Puerto Viejo. All’epoca, nonostante avessi una voglia disperata di conoscere le cose dai diretti interessati, non ho avuto il coraggio di chiedergli nulla, un po’ perché non volevo infastidirli durante le loro due settimane di relax, un po’ perché pensavo che non gli facesse piacere tornare con la memoria a quel giorno maledetto.
Qualche settimana fa, però, dopo aver letto il libro, ho ricontattato Carmine che, da persona splendida quale si è dimostrata, mi ha concesso una piccola intervista.
Eccola qui, potete leggerla tutti, anche voi che con gli immigrati cattivi e puzzolenti non ci volete avere nulla a che fare.

Cosa ci fa un ottico napoletano a Lampedusa?
Avevo assolutamente bisogno di rallentare i ritmi, volevo stare a stretto contatto con la natura. Eravamo stati in vacanza a Lampedusa nel 1990 e avevamo notato che sull’isola non c’era l’ottico. Questo lembo di Africa al centro del Mediterraneo con la sua indiscutibile bellezza mi ha subito convinto. In pratica siamo emigrati nel profondo sud.

Cosa si prova a essere protagonista di un libro?
È stata per me una cosa inaspettata. Emma (la scrittrice, ndr) l’aveva già scritto, mi ha semplicemente chiesto il consenso di pubblicarlo, e non ti nascondo che prima di darglielo ci ho riflettuto parecchio. Quando l’ho letto, la prima cosa che ho pensato è stata: “Emma mi ha sopravvalutato”!

Come siete venuti in contatto con la Kirby?
Era venuta a Lampedusa per il naufragio del 3 ottobre. Aveva saputo di noi come soccorritori improvvisati, ed è venuta in negozio a trovarci, per chiederci come fossero andate le cose quella mattina.

Cosa ti ha spinto ad accettare la sua proposta?
Non mi sarei mai immaginato in vita mia di poter essere protagonista di un libro. È stata una cosa al di là delle mie aspettative, il caso ha voluto che tutto ciò accadesse. Comunque un libro alla fine rimarrà come testimonianza negli anni a venire, perché è qualcosa di indelebile. In verità l’idea del libro mi è piaciuta, che mi ci trovi io dentro con i miei amici è una cosa bella, e non aver dato il consenso per pubblicarlo, non avrebbe risolto nessun problema.

Ti rendi conto che più di qualcuno ha pensato e pensa tutt’ora che tu abbia accettato solo per la notorietà e per i soldi?
Qualche frecciatina, specie da qualche amico, mi è arrivata, ma ripeto, io non sono nessuno. Sono uguale a prima, e di esser noto solo a persone dedite alla lettura di un certo spessore non può che farmi piacere. Qualcuno avrà immaginato che nessuno fa niente per niente, ma non voglio pensarci, non vivo di queste bassezze. Sono felice che in Inghilterra, per ogni libro venduto, 5 sterline vengano donate a Oxfam per aiutare i rifugiati in difficoltà nel mondo. (in Italia non succede, ndr)

Come si è svolta la stesura? Hai scritto un memoriale o avete fatto una serie di interviste?
Ci siamo visti in negozio e qualche volta abbiamo cenato insieme. In queste occasioni con l’aiuto dell’interprete abbiamo risposto alle sue domande, approfondendo la questione immigrazione.

Come mai tu sei il protagonista, e non un altra persona o tutti insieme?
Questo non lo so ed è una cosa che mi sono chiesto anch’io. Comunque gli altri amici erano restii a farsi intervistare. Forse riuscendo a parlare di più con me, la scrittrice ha deciso che io e Rosaria dovessimo essere i protagonisti, ma è solo un’ipotesi.  Sicuramente è stata incuriosita dal fatto che un napoletano, con famiglia a carico, abbia deciso di trasferirsi su un’isola a 11 ore di nave dalla terra ferma per cambiare vita.

Siete ancora in contatto coi ragazzi che avete salvato? Conosci le loro storie?
Con alcuni ragazzi ci siamo visti ogni anno il 3 Ottobre (giorno della tragedia, ndr), vivono in Svezia, studiano e lavorano, sono perfettamente integrati e si trovano bene.

Perché non partecipate alla commemorazione del 3 di ottobre?
Decisione unanime di tutti e otto. È troppo lunga da spiegare, diciamo solo che è un evento mediatico che non ci interessa.

Cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato, nel tuo modo di pensare riguardo all’immigrazione?
Non è cambiato niente, sono stato sempre propenso ad aiutare i deboli. Ma toccare con mano, perché la sorte ha deciso così, ha fatto sì che un approfondimento sulla questione migratoria fosse inevitabile. E quello che ne è venuto fuori è che nessuno li vuole, ma fanno comodo a tutti, in quanto fonte di danaro inesauribile per i molti addetti ai lavori che si pugnalano alle spalle per ottenere gli appalti nei centri di accoglienza.

Ci pensi ancora a quel 3 di ottobre? Se sì, con che spirito?
Si che ci penso! Ma penso pure che in altre date, sia prima che dopo il 3 Ottobre 2013, di tragedie ce ne sono state e continueranno a essercene. Tre giorni fa un barcone bloccato in Libia è stato lasciato alla deriva con centinaia di persone a bordo, ci sono centinaia di dispersi e non so quanti morti. Avendo vissuto la cosa a diretto contatto con i naufraghi, e avendo assistito alla loro disperazione, mi sono reso conto che non esiste una tragedia in mare diversa da un’altra, bisognerebbe essere sempre lì per aiutare.
Poi leggo “fanno bene a non soccorrerli, così non vengono più” e mi cascano le braccia.

Hai mai pensato di andare via da Lampedusa?
Qualche volta, nei momenti di sconforto, ma riesco a starci tranquillamente, anzi la amo. Comunque, alla fine, fare l’ottico qui è sempre meglio che lavorare in fabbrica!

Giò, un lettore sempre più disilluso.

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2 commenti

  1. Bellissimo post. Bellissima intervista. Comprerò sicuramente il libro. Un plauso anche al re-styling del blog… almeno, non me lo ricordavo così, forse perché è un po’ che non ci vengo.

    1. Grazie Felice. Compra il libro, ne vale la pena, anche se ti rimarrà un po’ di amaro in bocca, è il caso di conoscere la storia per come è veramente accaduta, e non per come troppo spesso ci viene raccontata.

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