L’intervista. Patrick Fogli: Alfa, i social e gli strani incontri in libreria.

Con Patrick Fogli ho seriamente rischiato la denuncia per stalking, visto che sono molti mesi che lo inseguo, in maniera più o meno opprimente (più più che meno, a dire il vero). Comunque, dopo mille messaggi e tanti rinvii, allo scadere del 2015 è stato lui stesso a ricordarmi che ci saremmo dovuti vedere per fare due chiacchiere.
E le nostre due chiacchiere sono quelle che seguono, oltre alle altre centomila che ho dovuto tagliare, per ovvie ragioni di spazio, tempo e pazienza di voi che leggete.
Ladies and gentlemen, ecco a voi Patrick Fogli.

fogli

Cominciamo con una tua velocissima biografia.
Ho iniziato a scrivere durante gli anni del liceo, ho provato a spedire le mie prime cose più serie verso i 25 anni, ricevendo rifiuti più o meno esplicitati. E chi mi rifiutava ne aveva ben donde.
Nel senso che?
Nel senso che se rileggessi oggi quello che scrivevo allora, anch’io mi rifiuterei! Per fortuna mi sono evoluto, nello stile e nella tecnica, e, dopo aver mandato tanta roba in giro, mi sono reso conto che gli editori non hanno modo di leggere tutto quello che gli arriva, quindi ho provato a mandare una mia storia breve ad alcuni scrittori che avevano un sito internet, sperando che qualcuno di loro fosse interessato. Era quella che poi sarebbe diventata Fragile (Perdisa Pop, 2007). L’ho mandata a Eraldo Baldini, Massimo Carlotto e a uno scrittore molto importante che mi ha chiesto dei soldi (e del quale non farò mai il nome, ma che, dopo quel giorno, ha perso un lettore!). Baldini mi ha dato la mail di Luigi Bernardi che ha letto il mio materiale dopo un anno, poi sono passati altri sei mesi, mesi nei quali avevo scritto Lentamente prima di morire, e quando Bernardi mi ha detto “quando hai qualcosa di più corposo, fammelo avere”, io gli ho piazzato lì proprio Lentamente. Ci è voluto un altro anno, ma poi, uscito il primo, non mi sono fermato più.
Più che in un genere particolare, sei specializzato in una tipologia di scrittura, anche se passi per uno specialista del thriller…
Sinceramente non mi sono mai preoccupato delle etichette. I miei primi due libri sono indubbiamente dei thriller, ma non ho mai cercato di dare un campo di appartenenza alle mie storie. Se nei precedenti, quasi ognuno può essere catalogato, almeno per sommi capi, Io sono Alfa non ha di sicuro nessun tipo di appartenenza, non segue nessuna logica di genere.
Ma passi comunque per specialista del thriller…
Ti dirò che la questione delle etichette mi dà un filino fastidio. So che ogni volta che esce una mia cosa nuova, si parla del nuovo lavoro dello specialista del thriller. Anche se il mio ultimo vero thriller, L’ultima estate dell’innocenza (Piemme), è datato 2007…
E il tuo editore che dice?
Il mio editore mi fa fare un po’ quello che mi pare, ma se dovessi cambiarlo, sono sicuro che quello nuovo si aspetterebbe da me un tipo di storia che non scrivo più da ormai 8 anni.
Avendo un lavoro stabile, che però immagino ti tolga un bel po’ di tempo, quando scrivi?
In realtà scrivo sempre, anche quando non potrei, ma in linea di massima lo faccio nella pausa pranzo e dopo cena. Ho la fortuna di non riscrivere quasi mai nulla, cosa che aiuta tantissimo nell’accorciare i tempi editoriali, che di per sé sono già enormi.
Quindi hai dei tempi realizzativi molto rapidi?
A volte sì, a volte no. Nel caso de Il tempo infranto (Piemme, 2008) mi ero comprato una bacheca di sughero sulla quale ogni volta che avevo una domanda attaccavo un post it. Avevo deciso che avrei iniziato a scrivere il libro quando avrei avuto tutte le risposte alle domande della bacheca. Questo lavoro è durato la bellezza di 3 anni, la stesura, invece, “solo” 6 mesi. Quello che mi prende davvero molto tempo è capire davvero cosa voglio scrivere, perché spesso ho più di un’idea in contemporanea e, non essendo uno di quegli scrittori che riescono a portare avanti più progetti in contemporanea, questo non aiuta nel velocizzare il tutto.
Quindi, di sera inizi a scrivere e vai finché ne hai?
Sì. Senza incazzarmi se delle volte non vado oltre le 600 battute. Tanto le compenserò il giorno dopo.
Come tanti tuoi omologhi, avrai nel cuore il libro che ha fatto scoccare la famigerata scintilla, immagino…
Certo.
Qual è?
It, si Stephen King. I miei primi tentativi di scrivere racconti sono horror. Negli anni del liceo ho divorato tutto ciò che aveva scritto King, che in quegli anni non si era ancora disintossicato, quindi scriveva ancora cose straordinarie. Poi, dopo la disintossicazione, è diventato uno scrittore normale, con capolavori e schifezze totali.
Da dove dovrebbe iniziare un lettore che non ha mai preso in mano un libro di Patrick Fogli?
Ah, domandone. Se sei uno a cui interessano gli avvenimenti storici, dovresti iniziare da Il tempo infranto, sempre che non ti faccia spaventare dalle sue 670 pagine. Se invece ti piacciono i romanzi tout court, direi gli ultimi due, Dovrei essere fumo (Piemme, 2014) e Io sono Alfa (Frassinelli, 2015).
Di palo in frasca. Paolo Cevoli, in tutto questo, cosa c’entra?  (Fogli e Cevoli hanno scritto insieme Si vive solo 200 volte, Rizzoli, 2008, ndr)
Un caso, puro e semplice. Paolo è cliente di un mio amico che lavora in una libreria del centro, ed è uno di quei lettori che leggono anche i bugiardini delle medicine. Il mio amico gli dà il mio primo libro, Lentamente prima di morire, nello stesso istante in cui in libreria ci sono anch’io. Cevoli mi si avvicina, mi dà una pacca sulla spalla e mi fa “scolta, fammi la dedica, poi scrivimi pure la mail perché se fa cagare te lo voglio dire!”. Passa un po’ di tempo e mi arriva una mail di Paolo che dice “ho letto il tuo libro e mi è piaciuto un casino, vorrei fare due chiacchiere con te a proposito di un quale su un coso che voglio scrivere”, parole testuali! Ed è nato Si vive solo 200 volte. Ci siamo divertiti un casino.
Adesso su cosa lavori?
Sto scrivendo una storia per il cinema, che non so ancora quale piega prenderà.
Sempre con Stefano Incerti (con Stefano Incerti, Fogli ha curato la sceneggiatura di Neve, uscito nel 2014, ndr)?
No, con Roberto De Francesco che era il protagonista di Neve. Vediamo cosa succede. Sai, se l’editoria ha tempi lunghi, il cinema ha tempi biblici!
Ma un libro in cantiere ce l’avrai pure…
Un’idea ce l’ho, ma è ancora poco più che un embrione.
Passiamo al Patrick Fogli social. Sei uno che si espone molto, soprattutto nel campo della politica, e critichi apertamente chi è al governo oggi. Non hai il timore di venire etichettato come agitatore sociale, e in quanto tale, venire marginalizzato da almeno una parte di quelli che potrebbero essere i tuoi potenziali lettori?
Se uno non mi legge a causa delle mie opinioni politiche, cosa vuoi che ti dica, pazienza, un lettore in meno. Io ho letto Celine e Houellebecq, nonostante avessimo idee politiche agli antipodi. Però li ho letti lo stesso.
Poi, vorrei dire che nel mio sentimento personale, l’esposizione politica delle proprie idee, io la vedo come un obbligo. Quella che viviamo non è l’epoca storica in cui puoi far finta di non sapere cosa pensi. Devi avere questa idea, devi comunicarla al mondo e, logicamente, devi essere aperto alla discussione. Viviamo in un tempo in cui se le tue idee viaggiano su un binario diverso da quello su cui viene convogliato il pensare comune, sei uno strano, uno sbagliato. O, per dirla con un gergo ormai celebre, sei un gufo. Poi c’è da dire che ultimamente sono molto meno attivo sui social, perché tanta gente ha reazioni smodate, violente, decontestualizzate rispetto a quello che scrivo, rispetto al mio messaggio. Se io scrivo del solstizio d’estate e tu mi rispondi con delle minacce, o proponendomi la ricetta degli spaghetti al tonno, boh, qualcosa non va come dovrebbe.
Torniamo a Patrick Fogli scrittore. Ti sei mai cimentato con un genere di scrittura totalmente diverso dal tuo? Commedia, fantasy…
No, o meglio, è un registro che non è proprio nelle mie corde. Ho scritto un brano per il Teatro dell’argine, per uno spettacolo che è stato messo in scena a dicembre. Il brano era scritto in maniera molto seria, ma è stato inscenato in maniera grottesca, cosa che non avevo immaginato. Ma che per fortuna è venuta benissimo.
Come ci rimani quando succede una cosa del genere?
Ho imparato che quando scrivi qualcosa per il teatro o per il cinema, devi capire che il tuo lavoro è in mano a un altro, e sarà soggetto a un’interpretazione diversa dalla tua. Glielo regali, quindi non è più tuo.
E arriviamo a Io sono Alfa, precursore dei tempi, a quanto pare.
Quando mi sono messo a ragionare su Alfa, nella primavera del 2012, cercavo una metafora che riassumesse la rabbia fine a se stessa che vivevamo e viviamo tutt’oggi, della ricerca del capro espiatorio. E siamo nell’epoca della paura.
Indotta o reale?
Indotta, secondo me. A parte la realtà della crisi economica, la nostra classe politica tende a indirizzare la paura e l’odio verso l’altro, mai verso se stessa, crea situazioni contro le quali i cittadini possano scagliarsi, evitando così di mettere nel mirino i veri colpevoli, i veri problemi.img_20160216_131852018.jpg
La metafora, dicevamo.
Ne ero in cerca, provavo a immaginare uno scenario irreale ma veritiero, ma poi mi sono reso conto che quello che scrivevo sarebbe potuto teoricamente accadere in qualsiasi momento. Nel 2012 eravamo in un mondo pre Isis, è vero, ma non era molto difficile pensare a un terrorismo che colpisce la gente in maniera indiscriminata, facendo leva sulla sua quotidianità. Ho un po’ esagerato dal punto di visto della realizzazione, nel senso che quello che fanno gli Alfa durante tutto il libro non è pensabile, o almeno non in un arco di tempo così lungo. Prima o poi ti prendono, se fai tutto quello che fanno loro. Quello che però tenevo a mettere in chiaro, era che in al giorno d’oggi, la tanto sperata sicurezza totale non potrà mai esistere, ci dovremmo chiudere in casa e buttare la chiave, per sentirci vagamente al sicuro.
Poi è arrivato il 13 novembre…
E lì, per qualche giorno, un po’ sono stato sulle mie. Quello era davvero Alfa, colpire chiunque per il semplice motivo che esiste. Purtroppo credo che prevedere eventi del genere non fosse particolarmente difficile. Tutto quello che vedi e senti in giro, che siano i social o la strada, sobillare le persone contro un nemico, creare paura e rabbia, tutto questo crea come una fuga di gas che prima o poi farà esplodere le pareti della stanza.
Parlando in maniera provocatoria, non credi che avere in qualche modo previsto quello che poi sarebbe successo, sia anche un buon veicolo per pubblicizzare il tuo libro?
Credo che non funzioni così, anzi, io penso che avere fatto una previsione della realtà sia più una sfortuna che una fortuna. Viviamo in un paese che ha bisogno di essere rassicurato, che vuole tutt’altro che essere scosso, devi dare notizie belle, raccontare storie col lieto fine. Non ci piace farci raccontare che stiamo costantemente camminando sull’orlo del baratro, preferiamo alla realtà dei fatti una buona finzione
Che libro stai leggendo adesso?
I demoni, di Dostoevskij. È un periodo di riletture, quest’estate ho riletto Viaggio al termine della notte di Celine, così come ho riletto Cecità di Saramago.
Hai mai voglia di leggere cose più “leggere”?
Ne ho lette tante, ormai non ce la faccio più. Per esempio ho quasi abbandonato il noir e il thriller, ma solo perché ne ho un po’ abusato.
Un libro che ti sarebbe piaciuto scrivere?
Solo uno? Tornando a prima, avrei voluto scrivere It, o Una casa alla fine del mondo, di Cunningham. Prima de I demoni, ho letto Riparare i viventi, di Maylis de Kerangal, bellissimo. È una storia che parla di un trapianto di cuore visto da vari punti di vista, a cominciare dal medico che lo espianta, passando per chi lo trasporta, fino al ricevente. Un capolavoro.
Fammi un nome italiano e uno straniero.
Ti dico chi leggo a prescindere
Ok.
Cunningham e De Lillo li leggo sempre e comunque. Per gli italiani la storia è più complicata, non mi piace parlare dei miei connazionali, infatti, quando avevo una rubrica sul Corriere della Sera di Bologna, ho più volte rifiutato di recensire scrittori italiani.
Dai, almeno uno.
Ti dico che mi è piaciuto tantissimo Senza ragione apparente, di Grazia Verasani. Ma di altri non parlo, non sarebbe giusto.

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Ringrazio e saluto uno stanco Patrick Fogli che se ne torna a casa sua, nella speranza che lo stalker disoccupato, finalmente, lo lasci in pace.

Gio, il gatto attaccato ai maroni.

 

 

 

 

 

 

 

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4 commenti

  1. Molto bella intervista Gio’, Ripensavo a quel libro di Cunningam solo qualche giorno fa, anche a me era piaciuto molto. Sa, vado a vedere se Io sono Alfa e’ disponibile in kindle, me lo hai consigliato mesi fa e forse e’ arrivato il momento di leggerlo.

    1. Leggilo, davvero, non sarà una lettura “felice”, ma è davvero (purtroppo) contemporanea

  2. Intervista davvero interessante e ben condotta, un altro libro da mettere in lista.

    1. I libri sono 9, uno più interessante dell’altro

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