L’intervista. Gianluca Morozzi, da Stephen King al telefono fisso.

Gianluca Morozzi l’ho conosciuto durante una presentazione del suo ultimo libro, L’amore ai tempi del telefono fisso (Fernandel Editore), in una sala sotterranea della biblioteca di un piccolo comune bolognese, serata durante la quale lo scrittore più prolifico del mondo ci ha raccontato del giorno in cui ha deciso che avrebbe fatto il lavoro più bello del mondo. L’aneddoto narra di una mattina al mare con suo nonno, di un libro di Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King), La lunga marcia, iniziato che il sole era ancora alto e terminato al tramonto, senza interruzioni, senza aver fatto il bagno, senza aver mangiato.

La serata in questione

La serata in questione

Gianluca Morozzi è uno di quegli scrittori che un po’ mi affascinano e un po’ mi inquietano, perché non riesco a capire dove trovi il tempo per scrivere tre libri all’anno, visto che insegna scrittura creativa, conduce un programma radiofonico, suona in una band, partecipa a miliardi di eventi, gira l’Italia per promuovere i suoi libri, va allo stadio tutti i sabati, concede interviste a testate nazionali e bloggers scalcinati e ha anche una vita privata, corredata da famiglia, amici e fidanzata.
Il dubbio di incontrare un sosia dello scrittore mi perseguita fino al momento in cui, dopo esserci seduti in un aberrante bar del più grande centro commerciale di Bologna, inizia a rispondere alle mie domande in una maniera talmente naturale che mi fa passare tutte le perplessità sulla sua reale identità.
La nostra lunghissima chiacchierata inizia con una domanda che ho voluto fargli dal primo momento in cui ho deciso di sottoporlo al mio stalking sui social network.
Hai appena compiuto 44 anni e qualcuno  ha già scritto una tua biografia (nel 2008 Carmine Brancaccio ha pubblicato L’era del Moroz, Zikkurat editore). Non ti sembra un po’ presto?
No, del resto hanno scritto anche biografie su Fedez o altra gente del genere, quindi non vedo perché dovrei essere da meno. In genere le biografie si fanno dopo morti, ma penso che mi abbia allungato la vita tantissimo!
Per adesso di 7 anni…
Oddio, spero di più, ma sappi che se muoio domani mi avrai sulla coscienza!
Comunque non è la classica biografia “nacque in una notte buia e tempestosa”, è una cosa sui generis, molto divertente.
In più te ne sei scritta anche una per conto tuo, pubblicata in sole 333 copie. Perché la tiratura limitata e perché proprio 333 copie (se c’è un perché)? Parliamo un momento de L’età dell’oro (Italica Edizioni).
Perché le idee migliori nascono in contesti tipicamente alcolici… Un giorno ero al bar con Enrico Brizzi e Samuele Zamuner di Italica Edizioni, mi chiedevano se volessi fare qualcosa per loro, e io da tempo avevo in mente un libro che avesse Andrea Pazienza come soggetto, o oggetto. Loro volevano che raccontassi la mia carriera, anche in maniera un po’ ironica, così abbiamo messo insieme le due cose ed è nato L’età dell’oro. Dovevo trovare un modo di parlare di me senza risultare presuntuoso o autoriferito, e la soluzione era raccontarmi a un idolo, per giunta defunto, come Pazienza, e farlo in ginocchio di fronte a lui. Poi è venuta fuori l’idea di raccontargli tutto nel bagno di un bar, in una situazione un bel po’ assurda, situazione nella quale, a dire il vero, lui non parla molto, anzi, parlo quasi esclusivamente io. Per il numero di copie limitate è solo perché Italica Edizioni fa spesso queste cose, opere uniche, in tiratura limitata, firmate e numerate.
La tua enorme disponibilità è ormai diventata un tuo marchio di fabbrica. Non ti viene mai da dire basta, non ti viene mai voglia di tirartela un po’ come alcuni tuoi colleghi?
Ogni tanto mi viene da dire “non possiamo rimandare?”, ma non è mai successo che rimandassi una data, se non per cause di forza maggiore, perché secondo me il professionismo si fa anche così. Ho questa teoria un po’ karmica, secondo la quale il bene elargito, prima o poi, ti torna indietro. Di solito con molta calma, ma ti torna! Ho l’idea che il cosmo ti restituisca quello che dai. Certe volte vado in posti sperduti dell’Italia in cui ci saranno non più di tre persone, tant’è che il mio editore una volta mi ha chiesto: “ma questa cosa che vai a fare, serve?”, e io gli ho risposto “probabilmente no, ma acquisto punti karmici!”.
Venti giorni di vita in più…
Esatto.
Sei uno scrittore estremamente prolifico e, da quello che hai detto la prima volta che ti ho incontrato, scrivi tre libri l’anno. Prima di tutto, quanti libri hai scritto fino a oggi (pubblicati e non)?
Pubblicati, una ventina. Di inediti, alla fine, c’è ben poco. Prima di esordire con Despero (2001, Fernandel editore) stavo scrivendo un altro romanzo, Salamanca, usando un computer vecchissimo che non aveva neanche un hard disk, e salvavo i miei file di scrittura su questo dischetto flessibile enorme, credo fosse uno di quelli da 5,5 pollici. A venti pagine dalla fine della stesura il dischetto mi cadde sulle ginocchia, io per riflesso chiusi le gambe e spezzai quella che era l’unica copia esistente di Salamanca. Ma fu un segno del destino, secondo me, perché era veramente brutto.
Sul sito Mangialibri, nella recensione di L’era del Moroz, si legge “stare dietro alla produzione bulimica di Gianluca è come tentare di raccontare una partita di calcio avendo a disposizione il solo primo tempo”. A parte il paragone calcistico che ti farà sicuramente piacere, non hai paura che la gente si stufi di te?
Sì, può essere che succeda, anch’io delle volte mi stanco di leggere autori cosiddetti bulimici. Però, in genere, chi segue un autore come me, sa dare un giusto peso alle mie opere, sa, cioè, qual è il progetto serio, qual è il divertissement e qual è il progetto più strano, e non è detto che preferisca sempre il più importante. Però io ho bisogno di pubblicare molto, sia per una mia voglia di mettermi sempre in gioco, sia, anche, per un fatto meramente economico, visto che faccio questo di mestiere, e gli anticipi non è che siano sempre così soddisfacenti!
Parlaci un po’ di come nasce e si sviluppa un libro di Gianluca Morozzi.
Quando ho in mente l’inizio e la fine, il romanzo nasce, e viene fuori anche in maniera abbastanza veloce. Raramente capita che il finale sia diverso da come me lo sono immaginato. Una volta, invece, l’ho cambiato su richiesta dell’editore. Parlo di Despero, il primo romanzo che ho pubblicato, e aveva ragione lui a volerlo cambiare.
Quanto ti ha aiutato, se ti ha aiutato, pubblicare il tuo primo romanzo con un editore cosiddetto minore, come Fernandel.
È stato fondamentale, partire dal basso ed entrare piano piano nel mondo editoriale, accompagnato dai consigli del mio editore (spesso trancianti), mi è servito tantissimo per diventare quello che ho sempre voluto essere.
Ma agli inizi di tutto questo, tu un lavoro ce l’avevi?
No, facevo i classici lavoretti occasionali e studiavo giurisprudenza. Poi mi sono detto “finché non pubblico vado avanti con l’università, poi, se pubblico, non avrò più bisogno di studiare”. Mio padre mi ha promesso che mi avrebbe pagato gli studi fino a che non avessi compiuto trent’anni, limite oltre il quale sarei stato costretto ad andare a lavorare.
E a trent’anni hai pubblicato Despero. Ce l’hai avuto un po’ di culo…
Direi che ho avuto un culo cosmico! Diciamo che quando il limite dei trenta si è avvicinato ho cominciato ad avere un po’ di strizza e ho seriamente iniziato a mandare via i miei manoscritti. Per fortuna ho trovato l’editore perfetto, che ha creduto in me da subito.
E non ha voluto un centesimo…
No, anche perché io non glielo avrei mai dato. Ho sempre cercato un editore serio, che credesse in quello che faccio e che mi pagasse, anche poco. Il primo assegno che ho ricevuto per i diritti d’autore, quello che io chiamo la mia “numero uno di Paperone”, è stato di 150 euro, non male per un inizio…
E naturalmente lo hai incorniciato e appeso al muro…
Macché, ho speso tutto subito!
Hai mai pensato di scrivere un romanzo o un racconto (se non lo hai ancora fatto) sull’episodio che ha scatenato in te la consapevolezza che un giorno avresti fatto lo scrittore?
Credo di averne parlato in L’età dell’oro..
Comunque ha dell’incredibile…
Sì, decisamente. Ti immergi talmente a fondo nella lettura, inizi che il sole è alto e stacchi gli occhi dal libro che il sole è ormai arancione. È stata un’epifania, mi sono detto “è una cosa talmente bella che voglio farla anch’io, voglio che qualcuno mi dica “ti odio, vado a lavorare alle 8 e ho finito di leggere il tuo libro alle 7,30 perché non riuscivo a smettere”.
È successo?
Si, non una volta.
Oddio, per uno scrittore deve essere più gratificante del denaro…
Direi di si…
Hai detto a Panorama che La lunga marcia ti ha fatto desiderare di essere scrittore, ma che Bassotuba non c’è (1999, DeriveApprodi editore, poi Feltrinelli), di Paolo Nori, ti ha indicato la via per diventarlo. Nel senso che?
Nel senso che fino ad allora io ero convinto che scrivere un romanzo significasse intelaiare una trama ricca di eventi, intrecci, personaggi. Invece nel libro di Paolo Nori non succedeva niente, però era un niente molto bello. In letteratura la forma è sostanza, se scrivi una cosa in maniera meravigliosa, il lettore si può appassionare anche a un apparente nulla. E poi ho imparato molto a giocare con le frasi, i ritmi. All’inizio ho copiato molto Paolo Nori, ha uno stile talmente contagioso che quando scrivi non ti accorgi che lo stai copiando. In più, nella quarta di copertina di Bassotuba non c’è lessi che Nori aveva pubblicato un altro libro, Le cose non sono le cose, edito da Fernandel. Lo comprai, scoprii Fernandel e ora scrivo per loro.
Una domanda un bel po’ personale: mi parli un po’ di tuo nonno e del suo ruolo nella tua crescita come lettore e uomo di cultura?

Il mio nonno materno, quello del famoso episodio in spiaggia, è un clamoroso narratore orale. La sua giornata ideale col nipote era: andiamo a fare 20 km di passeggiata e nel frattempo ti racconto un po’ della mia vita. Lui è stato partigiano, poliziotto e poi assicuratore. Un bambino si appassiona alle storie di guerra e di polizia, ma se tuo nonno riesce a farti appassionare pure a cose tipo “il signor Zuppiroli firmerà la polizza furto-incendio?”, significa che è uno straordinario raccontatore. Ecco, oltre a introdurmi alla narrazione, lui mi regalò anche un manuale di dattilografia, una risma di fogli bianchi e la mia prima macchina per scrivere, una colossale Olimpia arancione a cui mancava il tasto della L, macchina con cui scrissi i miei primi racconti…
Tutti senza parole che contenessero la lettera L…
Ovviamente!
Hai mai pensato: “e se non fossi nato a Bologna?”?
No, mai. Però a pensarci le grandi città impregnate di cultura e di luoghi particolari ti aiutano molto, dal punto di vista dell’ispirazione. Bologna è stata talmente importante per la mia formazione che non posso immaginare cosa sarebbe successo se fossi nato da qualche altra parte.
Hai detto che agli inizi un po’ tutti gli scrittori si ispirano, “copiano”, autori già affermati. A chi ti sei ispirato e in che modo?
A Stephen King, tantissimo, e Paolo Villaggio. Possiedo un’edizione vecchissima di Superfantozzi, il libro che raccoglie quattro romanzi di Villaggio su Fantozzi e sono trent’anni che lo rileggo. Ma King è stato il primo amore.
Il fatto che tu scriva sia noir che commedie, quindi, non è un caso…
Direi proprio di no, diversificare le letture, oltre che essere piacevole, è estremamente utile per sviluppare diversi stili di scrittura contemporaneamente.
Come per qualsiasi artista, ci sono quadri, canzoni, libri ai quali l’autore è più affezionato di altri. I tuoi?
Facciamo che Despero non vale perché è il primo, Blackout (2004, Guanda editore) non vale perché è il più venduto, gli ultimi non valgono perché sono troppo recenti. Amo molto Colui che gli dei vogliono distruggere (2009, Guanda editore) e L’era del porco (2005, Guanda editore)
E quale avresti fatto a meno di scrivere o avresti voluto scrivere meglio?
Sicuramente ho scritto un po’ troppo in fretta Il rosso e il blu (2009, Castelvecchi editore), e, fidandomi un po’ troppo della mia memoria, non ho controllato fatti e date, col risultato che ci sono un paio di strafalcioni epici.
Ho letto che da Blackout è anche stato tratto un film americano con regista messicano…
All’inizio sarebbe dovuto essere italiano, visto che il produttore è italiano, ma poi si è deciso di puntare sul mercato americano. Ha avuto uno strano percorso, però sono molto contento che sia stato realizzato. E poi c’è una chicca, su questo film: lo sai chi è il protagonista?
No, ammetto di non averlo visto.
È l’attore che interpreta lord Baelish in Game of Thrones (Aidan Gillen, qui il Lettore Disoccupato, sfegatato fan della serie, ha avuto un piccolo mancamento). Bella soddisfazione! (e qui scatta un’accesa chiacchierata sulle trasposizioni cinematografiche di vari romanzi, ma vi risparmio la trascrizione sennò questo post entra nel guinness dei primati per la lunghezza del testo)
Quanti libri hai venduto?
Bella domanda, non ho mai fatto i conti. Blackout ha venduto 30000 copie, L’era del porco circa 7000. alla fine dovrei essere sopra le 80000 copie totali.
Che in Italia, se non ti chiami Fabio Volo o Alessandro Baricco, è una cifra più che ragguardevole.
Decisamente sì, io ne sono molto contento.
Avresti davvero fatto il benzinaio se non avessi sfondato, o questa è solo una citazione buona per il tuo epitaffio?
Mio padre, quando mi minacciava di tagliarmi i viveri al raggiungimento dei trent’anni, mi disse “guarda, alla pompa di benzina qua vicino cercano personale. Secondo me se vai a fare il benzinaio puoi osservare il mondo, la gente che passa, e magari ti viene l’ispirazione per un bel libro”. Però io odio il freddo e non sopporto l’odore della benzina…
Di L’amore ai tempi del telefono fisso si sa ancora poco, perché è appena uscito e lo stai promuovendo proprio in questi giorni. Ce lo racconti un po’?
È un libro edito da Fernandel, è un insieme di racconti editi ma ormai introvabili che ho diviso in tre parti. Nella prima, L’amore ai tempi del telefono fisso, che avevo già pubblicato con un editore che nel frattempo è fallito, si parla dell’evoluzione dei rapporti di coppia parallelamente al progresso dei mezzi di comunicazione, si inizia con un racconto che ha come protagonista il telefono fisso e si finisce con la spunta blu di Wazzup e gli avatar. Nella seconda, Tartarughe rock, c’è un piccolo romanzo, o un lungo racconto, che parla di una band senza successo. Nella terza parte, Racconti per menti malate, ho raccolto dei racconti di fantascienza comica, demenziale, che hanno, oltre alle trame un po’ assurde, anche dei titoli, diciamo così, un po’ particolari (si va da Massimo Ciavarro contro gli alieni a Morte a La Spezia, passando per Vampiri con ghiaccio e Little Tony anche lui contro gli alieni)wpid-img_20150327_113745.jpg
Quanti libri riesci a leggere in un anno e soprattutto, quando riesci a leggere?
Leggo tanto, in un mese almeno dieci libri. Adoro fare lunghi viaggi in treno proprio perché ho la possibilità di occupare il tempo leggendo. Uno scrittore, senza libri da leggere, è privato della sua energia, non ha più forze per creare.
Ora un po’ di domande veloci:
Qual è la tua bibbia, il libro preferito in assoluto?
It, di Stephen King, secondo me è un manuale di narrazione. Ho la versione tascabile, comprata per due lire tanti anni fa, anche se chiamarla tascabile è abbastanza ridicolo, sono così tante pagine che alla fine è un cubo di carta. L’ho letto in un paio di giorni, era impossibile staccarmene senza sapere come andasse a finire.
Quello che hai più odiato?
Ancora Stephen King, Doctor Sleep, il seguito di Shining. Per me Stephen King è come il fantasista nella squadra di calcio: quando è in forma ti illumina le partite e le vince da solo, quando non è in forma la partita la giochi in dieci. (e qui parte un’altra lunga chiacchierata, questa volta su Stephen King, ma qualcosa dovrò pure tagliare…)
Quali sono gli scrittori italiani che più ti piacciono?
Io ho un problema, non mi piace citare gli amici scrittori.
E allora facciamo che non li citi e parliamo di quelli che non conosci di persona.
Lo dico nel microfono: amici e conoscenti scrittori, vi amo tantissimo, ma preferisco non citarvi!
In ordine sparso, parto con Tondelli che ha scritto un capolavoro assoluto, Pao Pao. Poi un genio assoluto, Luigi Malerba. Curzio Malaparte, che secondo me ha una scrittura potentissima. Scerbanenco, che è uno scrittore micidiale. E poi finisco con Giuseppe Berto. Gli altri non li cito perché sono tutti amici miei!
Stranieri (oltre Stephen King perché ormai lo abbiamo capito che lo veneri)?
Chuck Palahniuk, Irvine Welsh, anche se un po’ altalenante, forse per colpa degli acidi, Christopher Moore, Kurt Vonnegut, Philip Roth, Murakami, John Fante, Douglas Adams… (e la lista va avanti per ancora un bel po’).
Uno scrittore ancora poco noto che ti senti di consigliare ai miei lettori?
Questa è un po’ difficile. Vorrei non citare gli amici anche qui, però ti dico che secondo me uno che è veramente bravo è Stefano Bonazzi. È stato un mio allievo di scrittura creativa, ti garantisco che vale davvero molto.

L’intervista finisce qui, usciamo dal bar e andiamo a fare un paio di foto, che risulteranno qualitativamente pessime, ma l’immagine, alla fine, è importante solo per chi non ha nulla da esprimere a parole. O no?

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Grazie a Gianluca Morozzi, e grazie a te, lettore solitario, che hai avuto il coraggio di arrivare fino in fondo!

Gio.

 

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5 commenti

  1. Annamaria · · Rispondi

    Ho letto fino in fondo, quindi hai ringraziato anche me. Personaggio interessante ma confesso che non ho ancora letto niente di suo, naturalmente dopo questa lettura provvederò. Una cosa che mi verrebbe voglia di chiedergli è come mai pubblica contemporaneamente con Guanda e Fernandel, uno si immagina che quando cominci a pubblicate con case editrici famose poi non ti accontenti più. Complimenti a te per l’intervista.

    1. La domanda gliela avevo fatta, ma l’ho tagliata per motivi di spazio. Continua a scrivere per più editori perché con Guanda scrive noir e con Fernandel i racconti semiseri. Grazie dei complimenti, fanno seeeeeempre bene!

  2. greco concetta · · Rispondi

    Ma siete fratelli??????nella foto c’è una certa somiglianza…..
    Quando intervisti gli scrittori, leggi tutti ( o quasi) i loro libri?

    1. Diciamo che tra libri e elementi biografici ho letto un bel po’ di roba, e non mi è dispiaciuto affatto. Sulla somiglianza so dove vuoi andare a parare, perciò soprassiedo perché sono un signore!

  3. intervista davvero bella. lessi despero quando uscì dopo aver letto una recensione sul mucchio selvaggio, e l’era del porco. poi lo persi di vista, adesso recupererò qualcosa
    alb

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