L’intervista. Quattro chiacchiere (o anche sei) con Danilo Masotti.

Danilo Masotti lo incontro all’ora di pranzo del 29 gennaio, fuori fa un freddo porco, e io, da vero spilorcio, gli ho dato appuntamento in un take away palestinese in centro (dove, però, si mangia da dio).
Lo avevo contattato il giorno precedente su Facebook, chiedendogli, senza particolari aspettative, di concedermi un quarto d’ora del suo tempo per fare due chiacchiere sui suoi libri e sulle sue letture. Nel giro cinque minuti mi aveva già risposto, nel giro di mezz’ora, eravamo già d’accordo su dove e quando vederci. Che dire, non capita tutti i giorni, e neanche di rado, che uno scrittore affermato sia così disponibile con un perfetto sconosciuto (bravissimo scrittore, eccellente blogger, ma pur sempre sconosciuto…). E il quarto d’ora, alla fine, si è trasformato in due ore.
Per chi non lo conoscesse, Danilo Masotti, quest’ometto qua, wpid-img_20150202_120112.jpg è un’istituzione qui a Bologna, è il creatore di un blog famosissimo, Umarells, diventato un mezzo cult in rete. Oltre al blog, il Nostro ha scritto sei libri, il settimo è in uscita, cura un altro blog su Il fatto quotidiano, lo si legge spesso su Il resto del Carlino, è un web designer, è ideatore e conduttore di programmi radiofonici, è stato fondatore e cantante di una band, è autore e attore in un paio di serie su Youtube, ha moglie e figli e passa un sacco di tempo su Facebook a creare dibattiti su Bologna, sull’attualità in generale e sui massimi sistemi (qui c’è la sua biografia completa, visto che non ho parlato di un sacco di altre cose).
Nonostante sembra che la sua giornata duri trentanove ore, mi concede mezzo pomeriggio per l’intervista, oltre a un altro quarto d’ora nei giorni successivi, visto che mi ero scordato di fargli un paio di foto a testimonianza del fatto che ci siamo visti davvero (sennò i miei amici mi danno del cazzaro!).
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Dopo un considerevole quantitativo di chiacchiere, io accendo il mio registratorino e decido di fare un’intervista a ritroso, che parte dal suo ultimo lavoro, in uscita a maggio, di cui non si sa ancora nulla, per poi andare indietro nel tempo, fino al suo esordio su carta stampata.
Parliamo subito del libro in uscita a maggio, come si chiama? Raccontami un po’ di cosa si tratta, ho letto, correggimi se sbaglio, che parla di un passaggio epocale, o qualcosa del genere…
Il prossimo libro, che uscirà a maggio, libro del quale non rivelerò ne’ il titolo, ne’ il sottotitolo, parlerà di nuovo di Bologna e la valorizzerà per come è ora. Nel senso che tutti si lamentano, “rivogliamo la Bologna di una volta, un giorno cambierà, sarà meglio, eccetera.” Io, invece, dico, affrontiamo questo cambiamento, affrontiamo la Bologna in un un tempo simbolico, in un passaggio epocale, appunto, che va dalla fine del “caso Del Bono” (ex sindaco di Bologna dimessosi per una serie di scandali, ndr) a oggi. Negli ultimi quattro anni ho raccolto appunti sul web, ho fatto un resoconto sulla Bologna contemporanea, spiegandola come la vedo io, non quella delle lamentele.
Ma di quale Bologna di una volta stiamo parlando, in concreto?
Da come la vedo io, ognuno c’ha nella sua testa una “Bologna di una volta” che in linea di massima è la stessa per tutti, quella in cui ognuno, in un determinato periodo, non aveva nessuna responsabilità, cioè, studiava, cazzeggiava, quella lì. La mia Bologna di una volta, per esempio, è quella degli anni 80, non quella degli anni 90, di cui ho un ricordo più triste perché è stato il periodo che ha segnato il mio ingresso nel mondo del lavoro.
Quindi, per dirla in termini “Masottiani”, parliamo dell’adultolescenza.
No, quella, per fortuna, non finirà mai!
Puoi svelare chi è l’autore della prefazione, che tu hai definito “prestigiosa”?
No, non voglio svelare niente, perché ho in mente un’operazione di marketing sul web da fare in un certo modo ( Masotti è celebre per il suo flusso continuo di post su Facebook coi quali scatena dibattiti, promuove immaginarie raccolte di firme, ad esempio contro l’influenza, quindi l’operazione di marketing avrà di sicuro questo tipo di impostazione, ndr).
Vabbè, aspetterò pazientemente. Passiamo a Ciccionazzi Chicén Itzà, libro scritto a quattro mani. Da assoluto incompetente te lo chiedo, come si fa a scrivere un libro in 2?
L’altro autore, Davide Pavlidis, è praticamente il fratello che non ho mai avuto, siamo amici da quando avevamo due anni, quindi abbiamo una discreta empatia, una certa affinità a fare delle cazzate insieme, e questo lo dimostriamo sia con le nostre serie TV, “L’ispettore Buseaux” e “Putiferio in cucina”, che con le cose scritte. Per “Ciccionazzi a Chicén Itzà” ci faceva ridere il titolo, volevamo fare un po’ il verso al Messico della “rivelazione”, quello alla Pino Cacucci, per capirci. Io sono stato in Messico negli anni 90 e forse non sono stato nei posti giusti, perché secondo me è un posto del cazzo! Allora ci piaceva far emergere questa cosa.
In che modo?
A me è partita la molla col titolo, una roba che quando la pronunci con l’accento bolognese, già di suo è comica, poi abbiamo pensato anche alla copertina…
Che, lo dico per chi non lo sapesse, fa un bel po’ il verso alle copertine di un notissimo editore.
Infatti, tutti i titoli più importanti sul Messico li trovi in libreria con quella grafica, quindi perché non il nostro?
E nessuno se l’è presa?
Per adesso no, magari qualcuno se la prenderà quando il libro venderà tantissimo, quando cominceremo a girare col Suv, avremo il villone, e qualcuno dirà “hai visto a plagiare la grafica di quell’editore lì?”.
Comunque, per tornare alla collaborazione, io ho scritto il primo capitolo, poi utilizzando Google documents, una roba bellissima con cui puoi realmente scrivere i testi a più mani, abbiamo immaginato i due personaggi, Angelo e Diavolo, due ciccioni di Milano che pensavano, come tutti quelli che fuggono, “lì si che sarò compreso, lì sì che sarà tutto più facile”. La verità è che sono due coglioni a Milano, e lo saranno anche in Messico!
Sapendo come finiva il libro, io scrivevo finchè avevo energia, poi continuava Davide, e così, in quattro mesi, l’abbiamo terminato. È stata una sfida, è come se un giorno i Police avessero voluto fare un disco di liscio e l’avessero fatto, per poi tornare alle loro solite cose. Io stavo già lavorando al nuovo libro, quello segreto di cui non ti dirò niente neanche sotto tortura, ma ho interrotto tutto proprio perché eravamo lanciatissimi.

(la copertina è questa qua, giusto per la cronaca)

ciccionazzi

Passiamo al romanzo del 2012, in una videointervista alla Rai, hai detto che “Ci meritiamo tutto”, che è anche il titolo del libro, è un’affermazione tutt’altro che negativa, anzi. Spiega un po’?
Tu scrivi “ci meritiamo tutto” e uno si irrigidisce, pensa all’aspetto negativo di una situazione, e dice “no, io non mi merito questo, mi merito di meglio”.
È un po’ come il concetto di “accontentarsi” che citi nel libro.
Esatto. Pochi sanno chela definizione di accontentarsi è “darsi contentezza”, non prendere quel poco che si riesce.
Il concetto del meritarsi tutto, quindi, parte dalla stessa logica e, per quanto possa sembrare banale, è una cosa in cui credo molto. Se tu ti impegni per fare qualcosa di bello, per stare bene, per raggiungere un obiettivo, poi, semplicemente ti meriti che questo succeda. Se invece non fai una mazza, una mazza ti meriti. È un po’ come seminare e raccogliere, semplice, ma concreto.
Per il personaggio, del protagonista, Mario Zanardi ti sei ispirato
a) A te stesso
b) A un tuo collega
c) A un parente
d) A tutti questi soggetti
A, B, C, D!
Quando scrivo, mi ispiro a situazioni che magari mi sono successe, o che sono successe a qualcuno che conosco. Il mio Mario Zanardi è un po’ tutte le cose che ho visto, solo molto più romanzate. Per farti un esempio, Paolo Villaggio fa Fantozzi perché lui si è trovato a fare quella vita lì, ma non è mai stato Fantozzi, ecco Mario Zanardi è un po’ un upgrade di Fantozzi.
Il signor Martino, amico di Mario nel libro, afferma un concetto che a me, da lettore incallito, ha dato molto fastidio, “Leggere è il passatempo dei pigri”. Cioè?
Questa cosa si rifà a un aforisma di un poeta post contemporaneo, Valerio Zecchini, che diceva una cosa simile, ma io a questa frase non do un’accezione negativa, parlo semplicemente della postura di chi legge. Tu quando leggi, cosa stai, in piedi? È questa la pigrizia che intendevo e la frase è scritta a posta per farsene spiegare il significato (lui ride soddisfatto, io rosico! ndr).wpid-img_20150205_212604.jpg
Veniamo a un argomento che mi interessa molto da vicino, parliamo degli inizi come scrittore, Umarells nel 2007 e Il Codice Bologna del 2009.
Io ho sempre scritto, fin da ragazzino, sono pieno di appunti, ho tante di quelle cartelle sparse in giro che penso di avere materiale per altri quattro libri. Per fortuna è stato inventato il computer… Il passaggio dallo scrivere al farsi pubblicare è stato abbastanza semplice perché avevo già un’idea forte, gli Umarells, che funzionava molto online e quindi pensavo potesse anche funzionare su carta. Nel 2007 venivo già da due anni di osservazione degli Umarells, avevo il blog che funzionava benissimo, ho scelto il “best of”, ho impostato le varie categorie poi l’ho proposto all’editore (Pendragon, ndr) che ha detto subito di sì.
Quindi eri già in contatto con un editore?
No, mi sono proposto io, magari l’ho fatto coi modi giusti, visto che sono abbastanza bravo a promuovermi. Sta di fatto che è venuta fuori una cosa che oggi è all’ordine del giorno, cioè raggruppare i post migliori di un blog e farne un libro, solo che io l’ho fatto 8 anni fa.
Che rapporto hai col tuo editore? Nel senso, hai delle date da rispettare, o quando hai un’idea gliela comunichi e partite col nuovo progetto?
Nessun tempo da rispettare, io adoro il mio editore perché mi lascia carta bianca e non mi rompe i maroni, mentre sento altri che sono sempre sotto pressione. Quando gli proposi “Ciccionazzi a Chicén Itzà”, una cosa che non c’entrava nulla con i miei altri libri, lui, comunque, decise di pubblicarmelo lo stesso, nonostante, dopo il successo di Umarells, il pubblico si aspettasse qualcosa su quella stessa falsa riga. Nonostante si sapesse che oggi i romanzi vendono meno, vuoi perché la soglia di attenzione generale si è abbassata tantissimo, vuoi perché stiamo tutti molto più tempo sui social che su di un libro, il mio editore ha deciso di accontentarmi. Io di solito cerco di scrivere quelli che io chiamo “libri da cesso” (e qui gli rammento che su questo blog c’è una rubrica che si chiama esattamente così, con mia somma soddisfazione, ndr), quelli che hanno tutti capitoli staccati l’uno dall’altro, proprio per fare in modo che in qualsiasi momento, uno che sta leggendo il mio libro, si possa fermare senza perdere il filo.
Leggendo il tuo blog su Il Fatto Quotidiano, sul quale scrivi dal 2011, mi è piaciuta tantissimo l’interazione tra Ubaldo Chiodini e l’acaro Carlo, che, cito, “sono sul divano che guardano Ballarò e Floris, poi l’acaro si rompe il cazzo e se ne torna in divano a leggere La Metamorfosi di quel gran sfigato di Kafka”. Chi è Ubaldo Chiodini? Perché un acaro? E perché Kafka?
Questa viene dai miei famosi appunti, e ha a che fare col concetto degli Indivanados, il movimento poco mobile (qui il link per capirne di più, ndr). L’acaro è un animale mitologico che, dove sta? Sul divano, o più precisamente dentro al divano. In più, “Acari” è una canzone dei New Hyronja (la band fondata da Masotti, ndr), che parlava di questi spettatori passivi della tv, che noi, appunto, definivamo acari. Poi ho fatto questo crossover tra l’acaro e Ubaldo Chiodini che è un “resistente” ai call center di mia invenzione, nel senso che quando mi chiama qualcuno di Vodafone o Hera e mi chiedono, “parlo col sig. Masotti?”, io rispondo, “no, sono Ubaldo Chiodini”, e quindi, trasformandoti in Ubaldo Chiodini diventi invincibile a qualsiasi call center. Su internet c’è un gruppo che si chiama “essere Ubaldo Chiodini” in cui tutti i partecipanti raccontano la loro esperienza con fastweb ecc.
Ora passiamo al tuo libro più famoso, Umarells. Ne avrai parlato migliaia di volte, non ne hai a noia?
Certe volte, sì, però, nonostante siano 10 anni che osservo i vecchietti e che la gente continua a mandarmi delle foto, mi diverto ancora e mi stupiscono ancora le foto che mi arrivano, ce n’è sempre una diversa. Io penso di aver detto tutto, e invece, tac!, eccoti la nuova invenzione.
Ti dico la verità, ormai quando giro per la città li cerco pure io, gli Umarells, mi hai infilato il tarlo nel cervello.
Esatto, questo è quello che mi aspetto da chi legge il libro o il blog. Alla fine gli Umarells non li ho mica inventati, io sono solo quello che ha detto “oh, guardate che roba!”. Il giorno che morirò, qualcuno dirà “è morto l’inventore degli Umarells”, anche se non è così, e la cosa non può che farmi piacere, anche se puzza un po’ di etichetta. È un po’ come per il mio amico Enrico Brizzi, è sempre il giovane scrittore di Jack Frusciante, anche se ormai c’ha quarant’anni! Io ho l’etichetta degli Umarells e non la rinnego, non ha senso. E mi diverto ancora, faccio uno spettacolo che si chiama “Umarells slaid sciò”, in cui spesso mi capita di presentare gli Umarells agli Umarells, e le zdaure (le mogli degli Umarells, ndr) se la ridono, quando vedono nel loro marito un esempio di quelli che propongo.
Le zdaure che, a loro volta, però, hanno un intero capitolo nel libro dl 2007.
Si, e ti dirò che in quello che uscirà a maggio avranno un ruolo molto importante.
Provo a farti una domanda diversa dalle solite. Ho più volte letto che con Umarells hai creato quello che nel campo letterario si chiama “un piccolo caso editoriale”. Non ti dispiace che sia piccolo?
No, tanto gli Umarells hanno pazienza, hanno tutto il tempo per diventare “un grosso caso editoriale!”.

Fuori dalle mura di Bologna come vanno i tuoi libri?
Nel sud non vendo molto, invece in zone come la Liguria, il Piemonte, logicamente l’Emilia, vado molto bene, ma solo perché la gente si riconosce di più nelle descrizioni che faccio degli anziani, e della gente in generale. Poi devo ringraziare anche Gianluca Nicoletti di Radio24, che almeno una volta al mese mi ospita nel suo programma Melog, dove vengo spesso chiamato a commentare episodi di cronaca dal punto di vista degli Umarells, e in questo modo sempre più gente mi conosce.
Su Danilo Masotti scrittore ho letto un bel po’ di cose, tante critiche positive, altre negative.
Te ne cito due, una per parte: “rende appieno lo spirito di Bologna e dei bolognesi”, “è troppo provinciale per uscire dalle mura di Bologna”. Quindi Bologna è un vantaggio o un limite?
Bologna è comoda. Almeno per uno scrittore. È come essere dentro una puntata dei Simpson, ci sono sempre gli stessi personaggi, e tu scrittore puoi fare in modo che in una puntata sia protagonista Bart, in un’altra Maggie, un’altra Homer, e così te vengono fuori, di libri. Però, paradossalmente, quando faccio le presentazioni fuori ho molte più soddisfazioni, soprattutto quando vado in paesi dove non succede mai niente!
Cioè, tu vai a Napoli a presentare il tuo libro…
E ho degli input diversi, mi diverto di più. Qui ormai, quando faccio una presentazione c’è sempre la stessa gente, c’è quello che è venuto per il buffet, quello che è venuto per criticarti, quello che ti ha visto venti volte e si è rotto i maroni, delle volte me li rompo anche io…
Per quello che riguarda il provincialismo, poi, è un’etichetta che caratterizza un po’ tutti gli artisti di Bologna. Per esempio, Andrea Mingardi. Qua a Bologna la gente dice “che palle Mingardi, sempre le stesse cose”, invece poi scopri che lui se ne va a suonare a New Orleans, che è un bluesman della madonna. Poi c’è il caso di Luca Carboni, famosissimo in tutta Italia, ma che deve molto del suo successo proprio all’essere di Bologna. Dall’esterno, chi apprezza Bologna, si rende conto che è una città culturalmente importantissima, e viene attratto da tutto quello che arriva da qua. Invece il bolognese, spesso, questa cosa la vede come un limite.
Cioè, se tu scrivessi, che ne so, a Chieti…
Per assurdo, sarebbe più facile, per uno scrittore di Chieti, emergere a livello nazionale rispetto a uno di Bologna. Penso sia semplicemente a causa della scarsa concorrenza che troverei a Chieti! È un po’ come quelli che vengono da una famiglia povera che hanno una sete di rivalsa e riescono a diventare dei grandi banchieri o roba simile. A Bologna c’hai già la panza piena, quindi è un po’ più complicato anche avere la voglia di emergere.
Quindi, sì, fondamentalmente è un limite per chi non ha voglia di rimanere all’interno di una puntata dei Simpson.
A Bologna, però, la cosa bella è che, anche uno che fa il carrozziere c’ha una sua signora cultura, perché, checchè ne dicano i bolognesi, qua succedono un sacco di cose, e quindi il carrozziere, magari, entra in una libreria dove c’è una presentazione, e finisce che si appassiona coi libri. In un paesino sperduto in cui è già tanto se c’è la farmacia, come fai?
Tutto questo, per assurdo, rientra nei limiti del vivere qui. Il bolognese si sente talmente protetto dalla sua città, che magari gli passa pure la voglia di provare a fare il salto, però non lo ammetterà mai.
Passiamo alla parte dell’intervista più inerente a questo blog. Danilo Masotti lettore, come ti definisci?
Leggo poco, guardo molti film, leggerò, se va bene, venti libri l’anno.
E vabbè, mica sono pochi? C’è chi, se va bene, ne legge uno, in tutto l’anno, e per giunta di pessima qualità!
Si, ma mi piacerebbe leggerne di più.
Da lettore, come giudichi il tuo modo di scrivere? Sei uno di quelli ipercritici o te ne freghi?
Quando consegno un libro, mi rendo conto che certe cose che ho scritto neanche mi piacciono, ma prevale la gioia di “avere partorito il pupo”. Però, poi, se passa un mese, mi rileggo il libro e mi rendo conto che è esattamente come volevo che fosse, o giù di lì, e mi piace. Sul web non sono critico per niente, magari posto una roba che mi viene in mente, poi dopo un po’ la rileggo e dico, “soccia che cazzata!”. Invece, quando consegno, ho già filtrato i vari gradi di critica. Poi ci sono anche i correttori di bozze che filtrano ulteriormente.
Quindi, in linea di massima, si, mi piace quello che scrivo.
Come tutti quanti noi, sicuramente hai anche tu un libro del cuore, quello che hai letto da ragazzino, quello che avresti voluto che non finisse mai. Mi dici qual è?
Non mi viene in mente nulla, credimi.
Finalmente qualcuno che non ha la risposta preconfezionata!
Adesso che mi ci fai pensare, me la devo confezionare, una risposta!
Dammi due nomi, uno scrittore italiano e uno straniero.
Enrico Brizzi. Siamo amici da tempo, però secondo me scrive proprio bene.
Houellebecq mi piace molto, ma solo perché mi viene in mente lui. Ci dovrei pensare un po’…
Che libro stai leggendo adesso?
L’ho comprato su Ebay, di Freak Antoni, “Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti”, visto che avevo letto “Non c’è gusto in italia ad essere dementi”, volevo terminare l’opera. Poi ho appena finito “Spaghetti alla bolognese”, di Giorgio Comaschi. Fenomenale, fa morire dal ridere.
Tra gli scrittori meno noti, hai qualcuno da consigliare?
Gianluca Morozzi. Non è che sia meno conosciuto, ma magari non ha la fama di Brizzi.
Ok, va bene comunque, tolgo il “meno noti” dalla domanda (e invece no…)!
Vediamo se hai il coraggio di dirmi anche quale scrittore non consiglieresti neanche al tuo peggior nemico.
Più che uno scrittore, c’è un libro che non consiglierei mai a nessuno. Adesso dico una bestemmia, “La strada”, di Cormac McCarthy. Molti scrittori dicono che è un libro fondamentale, ma la verità è che mi sono fatto due discrete palle a leggerlo!
E dire che pensavo che avresti sconsigliato uno dei tuoi libri
I miei? No, quelli li consiglio alla grande!
Hai mai letto nulla di Danilo Masotti? Se si, quale libro ti è piaciuto di più?
“Ci meritiamo tutto”, ne sono innamorato.
Quando sarai vecchio, qualcuno ti farà una foto a tua insaputa e la posterà sul tuo blog. Che umarell avrà fotografato?
Uno di quelli scontrosi, chiusi in casa tutto il giorno, un Umarell 2.0, che invece di stare davanti alla tv, starà attaccato al pc tutto il giorno. Già adesso lo sono un po’!

 Mi sa che lo siamo già in molti…
Gio.

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6 commenti

  1. La tua intervista mi è piaciuta veramente tanto. Non conoscevo l’intervistato e ho fatto un giro in rete per scoprire qlcs di più . Non sapevo fosse lui il creatore degli “Umarells”. ☺

  2. greco concetta · · Rispondi

    Intervista intelligente e stimolante come pure le risposte dello scrittore bolognese.Leggerò ‘Umarels’

  3. Ecco un’intervista che mi è piaciuta e che ho letto fino in fondo (non mi capita spesso, a volte mi fermo alla prima domanda, massimo alla seconda), confesso che non conoscevo questo scrittore, ma dall’intervista risulta simpatico e intelligente quindi colmerò al più presto questa lacuna.

    1. È piú che simpatico, e, oltre a essere molto disponibile, è anche un ottimo scrittore.

  4. Di sicuro avete passato un bel pomeriggio divertente, col sole! ^___^

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