Scemo chi legge, e scrive, e si informa e…

Non mi piace il tempo in cui vivo, non mi piacciono gli esseri che lo affollano, detesto le situazioni che si creano e i contesti che sono costretto ad attraversare, decifrare, conoscere. La pochezza che genera inutilità, sostanzialmente è questo che mi fa schifo, che logora me (essere fin troppo conscio di ciò che accade) e chi più o meno inconsapevolmente si lascia trascinare dall’onda o, al limite, la cavalca con entusiasmo. So di essere parte attiva di quello che i moralisti, pretaioli e non, chiamano degrado culturale, e mi rendo conto che il mio smartphone, la mia megatv e altre minchiate non depongano a mio favore, soprattutto quando parto col sermone sul mondo che va a scatafascio e sulle persone che se ne fottono.
Infatti di sermoni non ne propongo, almeno oggi.
Passo molto del mio tempo nella mia casetta nella bassa bolognese, quindi rifletto, medito, a volte assimilo. Alcuni giorni sono più allegro e parlo di cacca e libri, altri giorni mi capita di deprimermi, ma oggi non succede niente di tutto ciò.
Oggi elaboro.
E mi soffermo sul perché sia diventato così importante, spesso vitale, spersonalizzarsi.
Apparire.
Non è mia intenzione dare giudizi di sorta, del resto non potrei, questo blog è la prova lampante del fatto che io senta la necessità di essere riconosciuto e ricordato come persona degna di nota.
Di sicuro è meglio scrivere e leggere che farsi di steroidi e pomparsi come un canotto, ma questa è solo la mia piccola visione della cosa…
Mi interesserebbe capire perché tanti, tanti, ma proprio tantissimi esseri umani vogliono essere parte di un mondo il cui motto è: “Molte forme, zero contenuti”, ma finirei solo col perdermi per ore in riflessioni che ammorberebbero voi e me, passerei dal banale all’ovvio senza arrivare a nessuna conclusione. Quindi vi risparmio il suono degli ingranaggi che si muovono nel mio cervello, faccio un bel respiro e mi allaccio alla marchetta quotidiana con una semplice citazione: “lavati di dosso i sentimenti, il dolore, la compassione, e vieni a fare un giro in mezzo al niente”. L’ha detto Milan Kundera. O era Maria De Filippi?
L’animo tormentato di Francesco, aka Cavalier K, in una mattina dello scorso inverno mi suggerì un titolo del quale non avevo mai sentito parlare, e io, che di solito me ne fotto dei consigli altrui, violentai il mio amor proprio e feci un salto in libreria, sperando di non dover rimpiangere i 12 euri appena spesi.
kappa
“Trilogia della città di K.” di Agota Kristof, è un libro duro, difficile da digerire, per niente semplice da leggere. O meglio, scorre che è una meraviglia, è asciutto ed essenziale, fatto con pochi fronzoli, ma ti viene spesso voglia di mollarlo lì perché ti risulta difficile comprendere come sia possibile che gli uomini siano disposti a cambiare così tanto, a diventare delle macchine.
Siamo in una pseudo-Ungheria sotto le bombe, due gemelli vengono portati via dalla Grande città (K., appunto) dalla loro mamma e si ritrovano tra le grinfie di una nonna-strega che li odia e li sfrutta per i suoi interessi, che li lascia digiunare e nasconde le lettere e i doni che la madre spedisce loro regolarmente. Sporcizia, privazioni, botte e gelo non riescono a distruggere i ragazzini che, anzi, sottopongono se stessi a ogni genere di prova fisica e psichica (da loro chiamate “esercizi”), facendo in modo di cambiare al punto tale da non potere più essere scalfiti da nulla e da nessuno.
La prima delle tre parti di questo libro è totalmente incentrata sulla figura dei due fratelli, che decidono di soffrire tanto e subito per annullare fisicamente la percezione del dolore, che azzerano la propria identità pur di non doversi più sentire in colpa o in debito o in amore. Le figure collaterali che si avvicendano nella storia sono solo piccoli strumenti utilizzati dai gemelli per raggiungere il proprio scopo. Le due parti che seguono non fanno altro che mettere sotto la luce del sole la trasformazione completata, le due nuove personalità impersonali che hanno preso piede, che si muovono con dimestichezza assoluta nel nulla che la guerra ha creato.
Il parallelo con i culturisti o le puttane consapevoli potrebbe essere un po’ azzardato, lo ammetto. Di sicuro c’è una grossa differenza tra il soffrire la fame per necessità e lo sfigurare il proprio fisico per piacere a un branco di idioti. Uccidere per non essere uccisi c’entra poco con l’essere supini (psicologicamente e fisicamente) a qualcuno pur di essere “qualcuno”.
Però il risultato è lo stesso.
Quindi, due strade diametralmente opposte portano alla medesima meta. Come dire che Mussolini e “Uomini e donne” hanno creato gli stessi mostri (o perlomeno, due facce della stessa merda, e bando a sentimentalismi e apologie varie).
Pensate che stia esagerando? Ne avete tutto il diritto.
Non è che la cosa mi tolga il sonno, per carità, ma il bello di tutto questo è che viviamo ancora in un mondo democratico e ognuno a diritto a dire la sua.
Bella battuta, lo so…

Giò

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2 commenti

  1. Tu corri su un sottile filo tra chi ha la coscienza di come gira questo mondo e non vuole condividerlo, e chi è tentato a possedere il mega tv per provare quella breve sensazione di piacere di fare parte di qualcosa.
    Da che parte cadrai?

    1. Non lo so, davvero non so dirtelo. Lo capirai dal botto che farò nel momento della caduta…e penso che non ci vorrà molto per capirlo!

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