Ze namber uan

Quando ero piccolo ho fatto una cosa un po’ riprovevole, anche se non propriamente voluta, però l’ho fatta lo stesso.
Ho rotto il naso a mio fratello.
Più grande di due anni e mezzo.
Più alto.
E più grosso.
Figo, vero? ‘Nsomma…
Mi piacerebbe dire che l’ho picchiato durante un lite su chi fosse il capo della banda della strada (capo che, ovviamente, era lui), ma la verità è che l’ho colpito alle spalle. Ignobilmente.
E non stavamo neanche litigando…
Vigliacco di un Giorgino, mentre giocate in cortile fai inciampare il tuo fratellone che poi, disgraziatamente, casca di faccia per terra e si sfracagna il naso così bene che la punta del suddetto naso arriva quasi a toccargli la fronte. Roba da riformatorio.
Ma lui mi ha perdonato (lo hai fatto, vero?) e, anzi, adesso si ritrova col nasino alla francese e un fratello minore che, ancora oggi, sente un brivido lungo la schiena quando ripensa a quel quadro di Picasso che era la faccia del suo amato parente.
Nonostante questo piccolo, insignificante incidente, abbiamo continuato a giocare in cortile per tanti anni, invitavamo i nostri amichetti a fare delle interminabili e rumorosissime partite a tennis, nel vialetto di casa nostra, simulavamo battaglie epocali, nel cortile di casa nostra, inscenavamo teatrali rappresentazioni, nella veranda di casa nostra. Tutto in casa nostra, sempre e comunque. Perché a casa di Michele il pavimento era perennemente stato “appena lavato”, perché a casa di Francesco la madre si era perennemente “appena messa a riposare”, perché a casa di Sabina il padre era perennemente “appena tornato dal lavoro ed è stanco”. Da un lato questa situazione andava più che bene a mia mamma, perché così poteva tenerci d’occhio, però a casa mia non si poteva mai lavare il pavimento, mia madre non poteva mai riposare e mio padre non poteva mai tornare dal lavoro stanco e incazzato.
Avevamo ospiti…
Le partite di tennis, dicevamo. Si passavano ore e ore a palleggiare utilizzando una rete immaginaria, e, quando non c’erano compagni di gioco, per la felicità dei miei genitori si palleggiava fino allo sfinimento contro il muro della casa. Immaginate il sorriso sulle labbra di mio padre quando, per un tempo indefinito era costretto a svolgere qualsiasi attività casalinga con in sottofondo un perenne “tum, tum, tum”. Mi domando come abbiano fatto a non spaccarcele in testa, le racchette.
Alla fine dei conti, comunque, tutto questo allenamento era servito, perché quelli che un po’ se la cavavano più degli altri eravamo proprio io e lo sfregiato (mio fratello, insomma…), perché avevamo le racchette, perché giocavamo tanto, e perché seguivamo le partite su Tele Capodistria e sulla Rai. Come era logico che fosse, poi, avevamo gusti opposti in fatto di tennisti, lui idolatrava Becker, io Edberg, lui Agassi, io quel simpaticone di Lendl (lui Patsy Kensit, io Madonna, lui gli Spandau Ballet, io i Duran Duran…ma questa è un’altra storia, magari ne riparleremo).
Altri tempi, mettevi da pImmaginearte tutti i soldi che riuscivi per poi andare a comprare l’agognata polo da tennis, i venerati polsini, le tanto sospirate scarpe con la bolla d’aria. E quei meravigliosi pantaloncini fluo che tanto invidiavo a mio fratello, che di Agassi era un fan a 360 gradi, tanto da copiarne non solo i movimenti, ma anche il discutibilissimo stile nel vestirsi. E meno male che non lo ha imitato anche nella capigliatura!
Immaginatevi la mia felicità quando mia suocera, per festeggiare la Pasqua, mi ha regalato proprio la biografia di Andre Agassi (e sorvoliamo sul fatto che mia suocera sia l’unica persona al mondo che faccia regali per Pasqua…).
Open”, devo ammettere che ne sono rimasto sorpresissimo. Non amo particolarmente le biografie, soprattutto le AUTObiografie, perché la gente si descrive sempre più bella e più figa di com’è nella realtà, perché novantanove volte su cento non è mai il protagonista a scrivere della propria vita, perché di persone autoreferenziali nella mia vita ce ne sono già troppe (IO, e sono più che sufficiente!).
Nonostante tutti questi ottimi motivi, mi ero ripromesso che un giorno avrei letto questo libro, sarà perché ero spinto dalla curiosità di capire come mai milioni di persone lo abbiano acquistato, sarà perché le recensioni erano, come si suol dire, entusiastiche. O forse, più banalmente, volevo sapere cosa c’era dietro quella macchina da guerra che mio fratello tanto ammirava (e ora faccio outing: LO ADORAVO ANCHE IO, MA NON POTEVO DIRLO PER OVVIO SPIRITO DI CONTRADDIZIONE!).
Non è facile spiega0[1]re cosa ci sia di davvero bello in “Open”, so solo che ho divorato quasi cinquecento pagine in sole cinque notti, e sono state cinque perché, arrivato alle 3 del mattino mi costringevo a spegnere la luce, altrimenti lo avrei finito anche prima. Da ex tennista amatoriale mi sono lasciato intrigare da tutto quello che c’è stato dietro alla costruzione del campione, dalle sofferenze di un ragazzino che non può andare a scuola perché deve colpire almeno 2500 palle al giorno, dal padre che cerca di rimediare al proprio fallimento sportivo col successo del figlio. Da gossipparo incallito ho notato, con un pelo di delusione, che non è stato lasciata neanche una pagina alle morbosità, si parla di donne, alcool e droga, è vero, ma mai con leggerezza e, soprattutto, non si entra mai nel dettaglio (amanti del plastico di Cogne, questo non è un libro per voi). Di sicuro non parliamo di un libro che merita dei premi, gli integralisti letterari che si approcciano a questo blog (e ne conosco almeno due…) mi criticheranno per questa scelta così banale e “mainstream”, ma che ci posso fare, mi è piaciuto un casino! E avrei voluto che durasse altre cinquecento pagine, nel leggerlo mi sentivo un po’ come quando andavo dal barbiere, guardavo con disprezzo i clienti che divoravano Cronaca vera, ma appena la lasciavano li’ sul tavolino…
Mettiamola così, è una lettura da fare sotto l’ombrellone, ma in spiaggia libera.
Chiudo con la mia solità verità, quella assoluta: per me Open è stato come un enorme barattolo di Nutella, quello che dovresti chiudere dopo tre cucchiaiate sennò ti rovini l’appetito e mamma si incazza (e magari passi tutto il pomeriggio seduto sul cesso), ma proprio non ce la puoi fare a smettere, vai avanti dicendoti che la prossima cucchiaiata sarà l’ultima.
E finisce che te lo secchi tutto in un colpo.
Bello…

Giò

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4 commenti

  1. Sarà sicuramente una delle mie prossime letture, io al contrario di te amo molto I libri biografici, sono piuttosto morboso, le vite degli altri mi hanno sempre intrigato!

    1. Anche a me piacciono molto le vite degli altri, ma preferisco leggerne in tempo reale, il gossip certe volte può essere più veritiero della memoria postdatata.

  2. tu pensa che quel pantalone è ancora nel mio cassetto!!! Cmq per nostra fortuna il piccolo Lorenzo non è incappato nella moda di quel periodo, anche se il tennis che tifavamo noi era molto più divertente del tennis iperpotente di oggi. Per dovere di cronaca voglio precisare che i movimenti del servizio li avevo però super copiati a Becker. E comunque: Boris, Andre,Spands, Patsy, Celtics, Broncos FOREVER.
    PS. se mi fai il regalo “buono” per i 40 anni posso anche pensare di perdonarti
    PS2. questo libro ce l’ho in formato ebook, appena riesco a leggerlo ti faccio sapere
    PS3. noi almeno possiamo dire di aver vissuto e goduto della nostra casa; come deve essere stato triste per i nostri amici sentirsi come ospiti in casa propria!!!

  3. titty greco · · Rispondi

    bello leggere i commenti del fratellone.

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