Uno come tanti

Premessa: vi avverto che oggi non sono allegro, quindi parlo di cose serie.

Sono più sereno. Impressionante e preoccupante, come affermazione, soprattutto se proviene da un trentasettenne senza lavoro che non vede all’orizzonte luci di rivalsa. Dovrei essere un po’ più che preoccupato, un filo ansiogeno, magari anche rasente alla depressione. E invece, da quando i miei superiori mi hanno reso partecipe del fatto che non mi volevano più tra le palle, che il nostro rapporto si era inesorabilmente logorato, io mi sento sollevato nello spirito. So che tutto ciò dovrebbe essere immorale, almeno secondo la logica del cosiddetto “buonsenso”, mi dovrei stracciare le vesti e cercare vendetta, ma non è così, che ci posso fare? Di alti e bassi ce ne sono stati, certochessì, ce ne saranno ancora, lo so,  ma alla fine non va poi così male.
Probabilmente non durerà, lo stato d’animo pian piano arriverà al livello che più si addice a una persona disperata e senza aspirazioni, potrò confrontarmi con i miei simili da una posizione di parità emotiva e lamentarmi della mia tragedia mentre mangio la frittata di cipolle guardando Forum. Ma, per adesso, la canzoncina che mi gira insistentemente nella testa non è una nenia disperata alla Marco Mengoni (peraltro apprezzabilissimo, se hai voglia di suicidarti), nè tantomeno l’ennesima insulsa ballata pseudo-rock di un ultracinquantenne brutto e senza fantasia (a voi la scelta…). Sono più indirizzato verso un motivetto allegro e veloce, alla Ramones, per intenderci (provateci voi a suicidarvi con “Pet sematary” nello stereo, mission impossible!). Come dicevo prima, sono abbastanza sereno. Ma non è che tutto d’un tratto sia diventato ottimista, attenzione…
L’ottimismo è una brutta bestia, è vero, il sorrisetto dell’ottimista è una delle cose più fastidiose che esistano in tutta la galassia, chiunque vorrebbe trucidare di botte il suo personalissimo Ned Flanders. Però è anche vero che molto spesso è ottimista chi non ha nessun motivo per esserlo.
E oggi, dopo questa insensata e noiosissima iperbole, parliamo proprio di una persona che non ha nessuna, ma proprio nessunissima ragione di pensare che la vita è bella, le rose sono rosse e il mare è blu, perchè è semplicemente già morta. Si tratta di Madison, tredicenne protagonista di un libro molto bello, dannazioneDannazione, di Chuck Palahniuk.
La ragazza è una quattrocchi un po’ grassoccia e senza forme, figlia di due attori di Hollywood impegnati nel sociale, ma a modo loro. La notte degli oscar, mentre i suoi genitori sfilano sul red carpet, Madison decide che è il caso di andare in overdose da marijuana (!) e, molto candidamente, morire. Come è ovvio che sia, almeno secondo la suddetta “logica del buonsenso”, la nostra eroina si ritrova all’inferno, e da lì inizia il suo racconto in cui rievoca il momento in cui il funzionario delle pompe funebri (previa violenza carnale postmortem) svuota il suo corpo da tutti i fluidi, parla di sua madre che monitora la miriade di case di sua proprietà tramite un complesso sistema di controllo satellitare. Gli aneddoti sul suo passato si mischiano alle situazioni del momento, alla descrizione dell’inferno (che, dice lei, puzza un bel po’, ma sempre meno di Napoli durante l’estate). L’enorme distesa di celle muffose, che si perde a vista d’occhio, è piena di soggetti un po’ particolari, alcuni dei quali diventeranno compagni di avventura di Madison, quando deciderà che è il caso di attraversare il Deserto di forfora e la Collina delle unghie tagliate per arrivare a casa di Satana e chiedergli conto di un paio di cosette.
Questo è uno di quei libri che a Palahniuk sono riusciti meglio, come Gang bang e Soffocare; la storia scorre bene e ci sono un po’ di situazioni molto divertenti, come, per esempio, il fatto che vengano proiettati in continuazione Il paziente inglese e Lezioni di piano per infliggere maggiori sofferenze ai poveri dannati. A parte le solite provocazioni riguardanti le differenze di genere e razziali, a me è piaciuto molto il concetto di morte considerata come “errore enorme”. Da leggere per comprendere e, in caso, interpretare a proprio modo. Madison è una che ha subito il torto massimo, ma decide che ormai è storia vecchia, perciò prova ad adattarsi alla nuova situazione e cerca di trarne vantaggio, per quel poco che può, naturalmente.

La mia banale conclusione è che c’è tempo per stare male e lamentarsi, ce ne sarà tanto quando (e se) invecchierò, quando la mia pelle splendida diventerà un ammasso di grinze e rughe, quando vestirò mutande più grandi (causa pannolone e caduta scrotale) e fare le scale sarà un’impresa da raccontare a una badante annoiata mentre sorseggerò la mia più che meritata tisana al tamarindo.
A differenza di qualche anno fa, adesso sto seriamente prendendo in considerazione l’idea che magari potrei anche arrivarci alla vecchiaia. Le giovanili aspirazioni a una morte eroica e dannata hanno ormai lasciato il passo alla piccola, banale consapevolezza che potrei anche passare DAVVERO tutto il resto della mia vita al fianco di quella povera vittima che ha deciso di sposarmi. E tutto questo potrebbe anche piacermi, o almeno non farmi schifo (ma per adesso lo dico sussurrando…).
Questi pensieri arrivano col tempo, quando di colpo ti accorgi che muore sempre chi non dovrebbe, quando speri che non ti capiti quello che è capitato a un vecchio amico che non hai potuto salutare, mentre qualche vecchio stronzo maniaco e miliardario NON NE VUOLE SAPERE DI MORIRE! La chiusura è davvero scontata, ma ormai sto diventando un ometto comune, quindi non posso avere particolari uscite fantasiose. Mi sa che mi metto davanti alla tv e mi abbiocco lì.

Mamma mia, la Carrà vestita di pelle e borchie…devo essere già morto e questa è sicuramente la mia punizione!

Giò

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5 commenti

  1. “Motivetto allegro e veloce”:

    The moon is full, the air is still,
    All of a sudden I feel a chill,
    Victor is grinning, flesh rotting away,
    Skeletons dance, I curse this day,
    And the night when the wolves cry out,
    Listen close and you can hear me shout.

    1. 10 e lode x la conoscenza dei Ramones!

  2. Già letto, me lo consigliasti tu qualche mese fa, ricordi? Eravamo in un luogo simile all’inferfno descritto da Palaniuk.

    1. Vero…e tu ci sei ancora…mi sembra così lontano…e sono passati solo 2 mesi. Beh, se non altro c’è qualcuno che accetta i miei consigli letterari. A breve parlerò di un gran libro che mi hai consigliato tu, ricordi?

  3. Credo di aver capito di quale libro parli, ma non voglio anticipare niente ai tuoi numerosi follower.
    Sono content che ti sia piaciuto.

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