La prima volta

barsportNon ho sempre avuto la passione (o la morbosità) per la lettura, anzi, un po’ mi dava fastidio. Probabilmente associavo, come taaaanti di noi giovincelli, il libro allo studio, all’obbligo.
Poi, per fortuna, la scuola è finita…Una delle prime volte che ho preso in mano un libro per il semplice gusto di farlo, mi sono imbattuto in Stefano Benni, più esattamente in Bar sport, capolavoro pseudocomico di cultura emiliana (ma anche romagnola, direi).
Ero da poco arrivato a Forlì, avevo 19 anni e un bel po’ di difficoltà a inserirmi nella nuova città, poche amicizie e tanto tempo a disposizione. Dopo pranzo mi capitava spesso di rimanere da solo…che fare? Dovevo resistere alla mia naturale vocazione che, terronicamente parlando, mi spingeva verso il letto per il più classico (e meridionale) dei pisolini post abbuffata. Il bar era una comoda soluzione per prendere un caffè e per provare a fondermi con l’ accogliente e incomprensibile fauna locale (provateci voi a capire un dialogo tra 2 anziani romagnoli caricati ad arrosto, friggione, sangiovese e sambuchino!). Ma, non potendo passare interi pomeriggi in mezzo ai vecchietti, presi a frequentare la biblioteca, dove mi imbattei nel suddetto libro.
Presolo in prestito, e istantaneamente divoratolo, rimasi affascinato e notevolmente divertito dai personaggi protagonisti delle varie storie di questo capolavoro, dal playboy che sproloquia di fantastiche notti passate a Chateau St Peter (Castel San Pietro, nella reale versione dei fatti), al tecnico da bar (o tennico) che di tutto parla e di niente ne sa. Memorabili erano il vecchietto che monopolizza l’uso del televisore e scaracchia, e le paste stantìe che fanno di se bella (!) mostra nella teca/bacheca a loro dedicata. Ammetto di averlo letto decine di volte, ammetto di avere cercato (e spesso trovato) le facce e le situazioni di cui Benni parla, sono spesso stato nei bar della Romagna, e poi dell’Emilia (che tanto diverse non sono, non me ne vogliate!). Chiunque viva a Bologna, Ravenna, piuttosto che a Forlì, non fa fatica a trovare un artigiano (il cosiddetto “ciappinaro”), che assomiglia al Bovinelli tuttofare che salva un condominio dall’allagamento e poi torna ad alcolizzarsi.
Benni è bravo, non c’è dubbio, ma in questo libro ha dovuto sforzare la sua fantasia molto poco, lui ha la fortuna di vivere in uno dei contesti più chiacchieroni e beverecci d’Italia. Rileggendo adesso Bar sport chiunque verrebbe preso da un po’ di malinconia, oltre che da una notevole dose di incazzo: i videopoker non c’erano ancora (e nessuno ne sentiva il bisogno), il divieto di fumare, quando c’era, era nascosto da una nube tossica formata da toscanelli e MS, si giocava la schedina e le partite di calcio erano in chiaro.
Si, lo so, scado nel melodramma e mi dimostro più vecchio di quanto non sia. Che ci posso fare, sono un romantico che ha smesso di fumare e non gioca più la schedina, gioco a Ruzzle e al bar non ci vado più…meglio o peggio?

Giò

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4 commenti

  1. stai passando i giorni a leggere gli archivi del mio blog gio’?Senti, cos’e’ sta storia che non lavori piu’? se non hai un cazzo da fare mi mandi una mail e mi spieghi? senno mi fai venire la tachicardia per antonellina che cosi’ gracile e brit pop le viene la consunzione se non lavori piu’ per una ditta dal nome francese. baci.

    1. Vedo che voi due comunicate molto! Un giorno di questi ti racconto tutto, ma non aspettarti niente di che, è la solita storia!

      1. quella dove hai messo in tasca due bulloni senza pagarli gio’?

  2. Prendo spunto da una pubblicità che gira per radio per farmi tornare alla mente che prima, quando entravi nel TUO bar ognuno aveva il suo soprannome senza sapere di avere il nick name; le persone che ti davano l’amicizia ti riconoscevano e salutavano anche fuori dal bar; quando dicevi qualcosa di divertente o interessante cliccavano il “mi piace” dandoti una pacca sulla spalla; non esisteva il poker online, ma il tavolino dello scopone era sempre ben frequentato; quando chattavamo lo facevamo guardandoci in faccia seduti davanti ad un caffè o ad una birra; forse stiamo invecchiando ed andiamo verso quell’età in cui è facile cadere nella frase “…eeeeh, ai miei tempi!”, ma vedere che i ragazzi di oggi per giocare sono collegati online con la xbox e si parlano attraverso un microfono e, quando mai dovessero decidere di uscire, lo fanno stando tutti con gli occhi fissi sugli schermi dei loro smartphone, credo che un sano e malinconico “…ai miei tempi!” ci stia proprio. Leggerò con piacere il libro di Benni (forse anche perchè così mi chiamo), probabilmente parlerà di una realtà un pò lontana da quella di uno squatasciato agglomerato urbano del sud Italia in cui vivo, ma credo che mi farà malinconicamente sorridere pensando “…ai miei tempi!)

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